Tradizioni di Pasqua in Slovenia

La Pasqua in Slovenia: 4 insolite usanze pasquali che vi stupiranno

In Slovenia tradizionalmente la Pasqua era la festività più sentita e più attesa di tutto l’anno. I preparativi per la festa iniziavano già il mercoledì della settimana santa e in alcune regioni si protraevano addirittura fino al martedì dopo Pasquetta.

Tutte queste giornate erano intrise di riti, antichi gesti e usanze che si tramandavano di generazione in generazione e che non sempre avevano una radice cristiana, anzi. Molte di queste tradizioni, infatti, derivano direttamente da antichissimi riti pagani legati al culto della primavera e del risveglio della natura.

Vi portiamo a scoprire 4 usanze pasquali slovene, molte delle quali vive ancora oggi, che stupiscono per il loro carattere insolito e a volte bizzarro.

“Spaventare Dio”

Un’usanza che può sembrare davvero strana, a partire dal nome, è quella chiamata “Boga strašiti“, letteralmente “Spaventare Dio“. In cosa consiste? A partire da mercoledì santo (ma in alcune regioni solo il sabato santo) e per tutti i giorni successivi, i ragazzi accatastavano davanti alle chiese vecchi oggetti di legno.

Alla fine della messa si mettevano tutti quanti insieme a spaccare gli oggetti ammucchiati con un bastone, cercando di fare più rumore possibile. I pezzi di legno che rimanevano dopo tale distruzione venivano usati dal sacerdote per accendere il fuoco sacro che viene benedetto il sabato santo.

Boga strašiti - Spaventare Dio - Inzolite usanze di Pasqua in Slovenia
Boga strašiti – Spaventare Dio

Secondo gli etnologi questa curiosa usanza sarebbe da ricondurre ad altri riti simili, ad esempio quelli che si svolgono durante il carnevale (ne abbiamo parlato qui), incentrati sul fare rumore. Il frastuono serve a scacciare le forze del male, spesso legate all’inverno e alle tenebre, purificando così l’ambiente e preparandosi per i riti dei giorni successivi.

Funghi secchi per il fuoco sacro

La mattina del sabato santo il sacerdote benedice il fuoco, che ha un ruolo importantissimo nelle festività pasquali. Tra le altre cose, secondo la tradizione è su questo fuoco che vanno cotti tutti i cibi pasquali, in modo da “assorbirne” la benedizione.

Ma come portare a casa il fuoco benedetto? Questo compito molto importante era un tempo affidato ai bambini e richiedeva una certa preparazione. Bisognava raccogliere i funghi che crescono sui tronchi degli alberi, farli seccare e infilzarli su un pezzo di filo di ferro. Li si metteva quindi nel fuoco benedetto, aspettando che prendessero fuoco.

Bambini portano i unghi secchi per il fuoco sacro.
Bambini portano i unghi secchi per il fuoco sacro.

Il problema era arrivare a casa prima possibile, mantenendo viva la fiammella. Per farlo si faceva girare il filo di ferro in aria, facendo attenzione a non perdere il fungo che era attaccato sulla sommità.

Oltre al fatto di dover mantenere vivo il fuoco, i ragazzi correvano a casa più veloce che potevano anche perché, secondo la tradizione, arrivare per primi avrebbe portato loro fortuna per tutto l’anno.

Il silenzio delle campane e l’acqua miracolosa

Il giovedì santo le campane tacciono fino a sabato. Al loro posto vengono utilizzate le “raglje” (“raganelle“) strumenti in legno con il cui suono secco, simile a un gracidio, si annunciava non solo la messa, ma in alcune località addirittura si scandivano le ore.

Il momento in cui le campane venivano silenziate, per rispetto verso la Passione di Cristo, aveva un significato profondo e molto sentito. In alcune regioni slovene in quell’istante ci si doveva inginocchiare e baciare la terra, ovunque ci si trovasse.

La raglja (raganella).
La raglja (raganella).

Ma anche in questo caso, al di là dei significati legati alla religione cristiana, si sono tramandati dei riti che nulla hanno a che vedere con il cristianesimo e sono invece legati al culto dell’acqua.

Secondo la tradizione, quando durante la settimana santa le campane tacciono, l’acqua assume poteri soprannaturali: guarisce le malattie della pelle e degli occhi e liscia persino le rughe! Non c’è da stupirsi se le donne il giovedì santo correvano a lavarsi il viso, nella speranza che l’acqua miracolosa facesse effetto!

Chiodi e corone… da mangiare!

Tra tutte le benedizioni pasquali, quella più attesa è senz’altro la benedizione dei cibi. Tradizionalmente avviene il pomeriggio del sabato santo o la mattina presto di Pasqua, durante la messa chiamata “Vstajenje” (= “Resurrezione”) che si svolge all’alba.

La benedizioni dei cibi pasquali.
La benedizioni dei cibi pasquali.

Le donne preparano con gran cura i cesti pieni di bontà pasquali che portano a benedire e ogni regione slovena ha le sue specialità (le trovate qui). I cibi benedetti vengono poi consumati a colazione (“velikonočni zajtrk” – “colazione pasquale”) da tutta la famiglia, ma anche dagli animali di casa, che siano gatti, cani, mucche o galline. È importante, infatti, che proprio tutti ricevano almeno un pezzetto di “žegen“, ossia cibo benedetto.

La colazione di Pasqua.
La colazione di Pasqua.

Come detto, le specialità pasquali possono variare da regione a regione, ma alcuni elementi sono fissi in virtù della loro simbologia. Così nella cesta della benedizione pasquale non possono mancare la radice di rafano, che simboleggia i chiodi con cui è stato trafitto Cristo, i dolci tradizionali di forma rotonda (potica, gubanca, pinca…) a rappresentare la corona di spine, e le uova colorate chiamate “pirhi“, che con il loro colore rosso ricordano il sangue di Gesù.

I “pirhi” sono l’elemento più caratteristico della Pasqua in Slovenia: uova decorate a mano con diverse tecniche, spesso dei veri capolavori di artigianato (potete vederli qui).

La donna prepara il cesto col cibo da benedire e i "pirhi".
La donna prepara il cesto col cibo da benedire e i “pirhi”.

Ma cosa fare del guscio dopo aver mangiato un “pirh”? È benedetto, quindi non va assolutamente buttato nell’immondizia. Invece se ne possono sfruttare i poteri “benaguranti” spargendolo intorno alla casa o nell’orto: un abbondante raccolto è assicurato!

Le immagini sono tratte da cartoline d’epoca del pittore sloveno Maksim Gaspari (1883 – 1980).

Sara Terpin

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