Feste tradizionali slovene: “žegen” a Ukve – Ugovizza

Feste tradizionali slovene: “žegen” a Ukve – Ugovizza

Nel nordest del Friuli Venezia Giulia, tra Pontebba e il confine italo-sloveno-austriaco, si estende per circa 23 km la Val Canale, Kanalska dolina in sloveno. La zona fa parte del territorio italiano da poco più di un secolo: fino al Trattato di Saint-Germain del 1919, infatti, la valle è appartenuta per secoli al Ducato di Carinzia e una parte al Ducato di Carniola (sotto l’Impero d’Austria). Qui da secoli si parla un dialetto sloveno con forti influenze austriache, chiamato “ziljsko narečje”.

Seppur molto ridotta rispetto a un tempo, ancora oggi in queste zone vive la comunità di lingua slovena (tutelata dalla legge dello Stato italiano 482/99 in materia di minoranze linguistiche) che, nonostante le difficoltà, porta avanti con orgoglio e amore antiche tradizioni tramandate di generazione in generazione. Una di queste è lo “žegen”, festa che si svolge nel paese di Ugovizza Ukve nella seconda metà di luglio.

La bella chiesa di Ugovizza - Ukve.
La bella chiesa di Ugovizza – Ukve.

Echi pagani nella festa della chiesa

La parola “žegen” o “žegnanje” originariamente stava a indicare la festa di consacrazione della chiesa e veniva quindi celebrata nel giorno dell’onomastico del Santo a cui la chiesa è stata consacrata. La chiesa di Ugovizza – Ukve, che è una delle parrocchie più antiche della Val Canale, è consacrata ai santi Filippo e Giacomo (che si festeggiano il 3 maggio), ma la festa dello “žegen” si celebra a ridosso del 25 luglio, giorno in cui si festeggia San Giacomo il Maggiore. Come mai questo “spostamento” di date?

La risposta può essere trovata nelle radici più antiche di questa tradizione, che gli etnologi fanno risalire ai festeggiamenti precristiani per la mietitura e la falciatura – due attività che si svolgono in piena estate. Probabilmente è per questo che gran parte degli “žegen” si svolgono in estate: come spesso accade, la Chiesa ha innestato le proprie festività su altre, di origine più antica.

Una festa di iniziazione

Ma al di là delle festività pagane e quelle cristiane, lo “žegen” racchiude in sé un altro significato estremamente importante: i protagonisti della festa, infatti, sono gli “agrute”, i ragazzi che compiono 18 anni, e le loro coetanee (“dečle”). Lo “žegen” rappresenta per loro una sorta di debutto ufficiale nella società, l’accoglimento nella comunità del paese come membri maturi e attivi.

Le belle dečle e gli agrute, pronti al loro debutto in società.
Le belle dečle e gli agrute, pronti al loro debutto in società.

Un tempo questa sorta di rito era riservato esclusivamente ai ragazzi, che a 18 anni venivano anche chiamati al servizio militare, ma con il calo demografico e lo svuotamento dei paesi si rischiava di non avere candidati sufficienti. Ecco allora che le porte sono state aperte anche alle ragazze, che con il loro bei costumi tradizionali affiancano i propri coetanei durante la celebrazione dello “žegen”.

Vino, balli e canto

Come si svolge lo “žegen”? La festa inizia con la messa solenne (“meša” nel locale dialetto sloveno zegliano), celebrata in sloveno e in italiano. Ma il momento che tutti attendono di più viene a conclusione della messa, quando tutti si radunano davanti alla chiesa, sotto il tiglio, albero sacro e di profonda importanza per la tradizione slovena. Qui i ragazzi e gli uomini si radunano a cantare in cerchio (la cosiddetta “konta”) canzoni slovene tradizionali.

Segue un altro momento chiave: le ragazze portano il vino e mazzetti composti da un garofano rosso, un rametto di rosmarino e uno di geranio erba rosa (Pelargonium radens, “roženkravt” in sloveno). Gli elementi di questo tipico mazzetto sloveno, chiamato in dialetto “pušeln”, hanno tutti un significato simbolico: il garofano rappresenta l’amore, il rosmarino la fedeltà e il geranio la speranza.

Il mazzolino va appuntato sul petto: a sinistra per gli scapoli, a destra per gli sposati. Un tempo questo era un modo discreto ma al contempo efficace per segnalare quali ragazzi erano ancora “disponibili sulla piazza”. La distribuzione del mazzolino, infatti, rappresentava allora una delle rare occasioni per poter entrare in contatto con l’altro sesso ed esprimere liberamente i propri sentimenti.

Mazzolino a sinistra per gli scapoli, a destra per gli sposati.
Mazzolino a sinistra per gli scapoli, a destra per gli sposati.

Dopo i canti della “konta” riecheggia la musica e si aprono le danze, dopodiché si va in corteo per il paese, con i diciottenni in testa. La marcia dura poco: infatti ci si ferma davanti a ogni osteria, dove ad attendere l’allegro corteo è la “kelnerca”, una ragazza in abiti tipici che accoglie il gruppo con un vassoio con bicchieri e una brocca (chiamata “majolka”). Uno dei ragazzi diciottenni le appunta un mazzolino, e lei in cambio inizia a versare il vino. Il rito si ripete in tutte le osterie del paese, alternato da balli e canti tradizionali.

I ragazzi vanno in corteo per il paese.
I ragazzi vanno in corteo per il paese.

Tappa finale è lo spazio dove è allestita la zona ristoro, con panche e tavoli per i visitatori, e l’immancabile gruppo musicale che con le sue musiche allegre invita a ballare. I cibi offerti sono quelli che si trovano un po’ a tutte le sagre, ma in realtà lo “žegen” ha i suoi piatti tipici, che di solito si consumano a casa, in famiglia. Tra tutti spiccano la “čisaua župa”, un brodo di carne arricchito con uova e panna acida, e i dolci tradizionali “fantuce” e “šartl”.

Una festa per tutti

Ad accompagnarci durante la nostra visita dello “žegen” a Ugovizza – Ukve è stata Anna Wedam, presidente dell’associazione Don Mario Černet, che ringraziamo per averci illustrato le usanze legate a questa bellissima festa. Ciò che ci ha colpiti di più, tra le altre cose, è stato vedere come lo “žegen” coinvolga tutti gli abitanti del paese: dai giovani, alle famiglie con bambini, agli anziani. Un evento intergenerazionale che riunisce tutti nella rievocazione di una tradizione che è soprattutto un ribadire e rinsaldare la presenza della cultura slovena anche in questo angolo di terra.

Insieme ad Anna Wedam e Johann Kanduth.
Insieme ad Anna Wedam e Johann Kanduth.

“Temo che nel giro di una generazione la nostra lingua andrà perduta,”

ci confessa preoccupato Johann Kanduth, un simpatico signore dai baffi bianchi che abbiamo incontrato alla festa e che nel tipico dialetto del luogo ci ha raccontato con nostalgia i suoi ricordi degli “žegen” di tanti anni fa. Un timore che forse purtroppo non è del tutto infondato, ma che cerchiamo di scacciare ascoltando i giovani che intonano a squarciagola canzoni slovene come “Pozimi pa rožice ne cveto” o “Tam dol na ravnem polju”. Da sempre il canto rappresenta un elemento fondante della cultura slovena, in cui viene tramandata non solo la tradizione musicale, ma anche quella linguistica e culturale in genere.

Curiosi di vedere come si svolge lo “žegen” e di sentire la tipica parlata locale? Date un’occhiata al nostro breve video reportage!

Sara Terpin

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